Attesa

Attesa in pomeriggi policlinici. Senza occupazioni diverse, figurando un pensiero, un’immagine, un’idea.

L’attesa rende gustosi panini asciutti ed acqua fresca, rende interessanti i visi-espressioni dei passanti, rende miracoloso quel raggio di sole infilato, all’improvviso, tra due vetri, pittore di ombre inappropriate. L’attesa acutizza gli odori e i suoni, fa dello scalpiccio dei passi grammatica antica, una voce ora ritmata ed affrettata, ora lenta, quasi sibilata.

L’attesa ci rende le persone che incrociamo, ci fa storia del loro io immaginato. Qualcuno mi osserva, di sfuggita, mentre scrivo; a volte sono occhi dolci e sereni, altre sguardi spenti.

L’attesa ci dà parole e ci fa riconoscere.

(25/10/2012)

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